Ulisse: l’Arte, il Mito e le mascherine

Mostra "Ulisse. L'Arte e il Mito". Immagine "Sirena (Abisso Verde)" di Sartorio

Questa è la cronaca della mia (prima) visita alla grande mostra “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì, Musei di San Domenico. Sarà aperta fino al 31 Ottobre 2020, prorogata per via del Covid19. Credo proprio che ci tornerò appena… Ci saranno condizioni migliori.

Premetto subito che questo post avrà una nota polemica, diversamente da quello che sono solita scrivere. Dato che si tratta di una cronaca, andrò a descrivere molte delle mie sensazioni:

mi concentrerò molto sull’esperienza vissuta, non tanto quindi sulle opere esposte (che mi sono piaciute parecchio, alcune amate alla follia).

Bene, iniziamo da qualche giorno prima della visita…

 

Scaldiamo i muscoli, tipo atleta alle Olimpiadi

Chi mi conosce sa che adoro visitare mostre e musei da sola: mi piace leggere tutto il leggibile, tra cartellini e spiegazioni di quello che è esposto, ma soprattutto mi piace perdermi e stare minuti e minuti interi a contemplare le opere che mi colpiscono di più. Tendo a non prendere le audioguide perché amo ascoltare musica con le cuffie (il vantaggio di andare da sola in visita è anche quello di non dover per forza parlare con qualcuno nel mentre).

Ora, sapendo della situazione particolare in cui ancora ci troviamo grazie al virus, ho fatto il possibile per documentarmi in anticipo sui pezzi esposti e sul percorso. L’ho fatto soprattutto perché tra prenotazioni e ingressi contingentati, al visitatore sarebbero toccate solo due ore per la visita… Dico solo e sbuffo “tzè!”: so per esperienza che a me come minimo-minimo-minimo servono tre ore per vedere tutto. Le mostre del San Domenico in effetti sono un po’ impegnative e serve resistenza.

Così eccomi a pregustare la mostra esplorando in modo virtuale le sale grazie al bel sito dedicato, con pure l’audioguida associata alle opere: dire che avevo gli occhi a forma di cuore e alte aspettative è dire poco. Dai una bella sbirciata al percorso espositivo e dimmi se non ho ragione…

NOTA: nel caso volessi ascoltare l’audioguida in loco perché non hai sbatta di spulciare prima il sito, sappi che non è come le altre volte: devi scaricare l’App apposita sullo smartphone e usare quello al posto dell’altro gingillo. (Detto tra noi è una gran bazza perché così hai modo di fare foto anche se sarebbe vietato. Io non le ho fatte perché stupidamente ho lasciato il telefono nella borsa al guardaroba, portando con me il lettore mp3 e basta -___- Vabhè)

 

Quella mattina: il viaggio ha inizio

Il caso ha voluto che la mostra fosse anche per me un po’ un’odissea ricca di sirene e paesaggi meravigliosi, un viaggio avventuroso dunque, ma anche pieno di mostri e insidie… Un flagello in particolare: LA MASCHERINA! Zan zan zan!

E dire che sono partita con tutti i buoni propositi del mondo. C’è l’obbligo di portarla all’interno dei locali della mostra e quindi, da brava bambina, mi sono attrezzata.

Entro tutta contenta perché, a causa della scarsa affluenza nella mattinata, sarei potuta rimanere oltre le due ore. Yeee! Che gran culo! Infatti, come previsto, ho passato tre ore abbondanti al San Domenico, stavolta non leggendo nulla delle spiegazioni… Questo dice molto sull’imponenza del percorso, una bella maratona!

Ebbene, affrontare la suddetta maratona con la mascherina addosso è orrendo.

Già dalla prima grande sala del piano terra, ovvero la Chiesa di San Giacomo Apostolo, tra una statua romana e l’altra ho iniziato a non respirare bene.

Piccola postilla sull’esposizione delle statue: ordunque, le statue a tutto tondo a parer mio sono fatte per poter essere guardate da tutti i lati e per girare loro attorno; purtroppo invece, per la quasi totalità, erano addossate alla parete e non sono riuscita ad ammirarle per bene. Un vero peccato. Manco gli specchi… Vaaaa bene.

Dicevo, la prima sala: pochissime persone spargugliate (ovvero sparse) in una chiesa parecchio grande, la distanza di sicurezza di tipo 10 metri credevo fosse abbastanza per abbassare la mascherina, scoprendo così solo il naso per respirare meglio…

Ah! Ingenuotta di una Marina!

Come una moderna arpia, cala su di me l’addetta al controllo della sala e mi dice gentilmente di posizionare bene l’aggeggio infernale. A scanso di equivoci: sono seria, lei lo ha chiesto gentilmente e il termine arpia era solo evocativo, non la rappresentava certamente nei modi e nell’aspetto.

Bene, anzi male: tiro su l’aggeggio infernale e da quel momento inizio a imprecare tra me e me, dicendomi sarcastica che magari chissà, avrei potuto infettare le statue di marmo. Mi sono innervosita parecchio, non riuscendo a godermi la Bellezza assoluta di quelle opere antiche.

 

Sala, dopo sala, dopo sala…

Ho fatto appello a tutte le mie risorse interiori per cercare di non pensare alla mascherina che nel frattempo mi stava facendo soffocare, provocandomi anche il mal di testa. Mi sembra un’assurdità il fatto di essere stata ripresa più volte per aver scoperto il naso per respirare. Mi stavo sentendo male, con un bello svarione in arrivo, salendo le scale che portano al piano superiore. All’ennesimo rimprovero sono sbottata con: “sto male, non respiro, se cado per terra chi mi raccoglie?”

La faccio breve e concludo questa parte relativa all’aggeggio infernale e allo zelo dei ragazzi dello staff, per passare ad argomenti più belli come le opere.

L’esperienza di quella mattina è stata penso in assoluto la peggiore da quando visito mostre e musei: nemmeno gruppi rumorosi, bambini piagnucolosi e un gran numero di persone accalcate riescono a battere il disagio di visitare una mostra con l’aggeggio infernale aka mascherina in faccia (considerando poi che con gli occhiali la situazione peggiora pure).

“Ma tu sei esagerata!” e “Pensa a chi deve portare la mascherina al lavoro per diverse ore!”

Sono esagerata? Può essere, ma visto che andare a visitare un museo deve essere un piacere, un’esperienza edificante per mente e spirito, non vedo perché io non possa lamentarmi se l’esperienza (a pagamento) mi crea dei disagi e non risponde alle mie aspettative.

Aggiungo che per tutta la giornata ho continuato ad avvertire mal di testa, giusto per la cronaca.

Mi fanno veramente pena, e sto male per loro, tutti quelli che facendo lavori non in ambito sanitario sono catapultati loro malgrado in un mondo mascherino-centrico. Capisco che devono fare rispettare le norme per non avere problemi, ma cazzarola!

Comunque, per quello che ho provato direttamente sulla mia pelle, consiglio di andare a visitare la mostra solo DOPO che non ci sarà più l’obbligo delle mascherine (spero presto) oppure di prepararsi psicologicamente a un’esperienza non esattamente serena.

 

Dopo il naufragio c’è la Bellezza

Bon, ora mi ripiglio perché voglio ripensare alle meraviglie che ho potuto ammirare e che mi sono rimaste più nel cuore: le sirene. Sarà che il mio nome vuol dire proprio “appartenente al mare”, ma i miei quadri preferiti sono in ordine: “Sirena (Abisso verde)” di Giulio Aristide Sartorio, e “Sirena” di John William Waterhouse. Dire che queste sirene sono ammalianti come vuole la tradizione è riduttivo. Mi piacciono perché forse, nel profondo, un po’ vorrei essere come loro ma poi penso che naaaaa, non sarei proprio io.

"Sirena (Abisso verde)" di Giulio Aristide Sartorio - L'uomo sulla barca si sporge verso la sirena invitante. Probabilmente lei lo porterà alla morte. “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Sirena (Abisso verde)” di Giulio Aristide Sartorio
"Sirena" di John William Waterhouse - La sirena si pettina i capelli sulla spiaggia di un'insenatura. Canta con le labbra socchiuse - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Sirena” di John William Waterhouse

 

Sempre di Waterhouse adoro “Circe invidiosa”, dallo sguardo profondo, una creatura magica dai poteri straordinari. Ecco, poter trasformare in maialini le persone che non sopporto potrebbe essere allettante.

"Circe invidiosa" di John William Waterhouse - La maga circe versa nelle acque una pozione verde brillante - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Circe invidiosa” di John William Waterhouse

 

Tra le statue che mi hanno catturato ci sono i due “Laoconte” con la loro forza e “Afrodite cosiddetta Callipige” con la sua grazia senza tempo.

"Laocoonte" di Vincenzo De’ Rossi - Laoconte e i suoi figli vengono uccisi da serpenti - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Laocoonte” di Vincenzo De’ Rossi
"Afrodite cosiddetta Callipige" Arte romana - Afrodite di spalle alza la veste - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Afrodite cosiddetta Callipige” Arte romana

Sono contenta di avere visto queste opere dal vivo e, come detto, la mia intenzione è quella di perdermi il prima possibile di nuovo tra di loro, salutandole con un bel sorriso e la mente sgombra.

 

Parlando di Odissea

Ovviamente tutto parte da lì, dallo scaltro Ulisse che passa quei dieci anni in particolare tra naufragi, inganni, amanti (magiche e divine), lontano dalla sua patria: nelle opere lo rivediamo in diverse forme e fattezze, reinterpretato nelle varie epoche e talvolta usato pure un po’ come “pretesto” per mostrare il paesaggio: vedi il caso dello straordinario “Paesaggio con Ulisse nell’isola dei Feaci” di Pieter Paul Rubens.

"Paesaggio con Ulisse nell’isola dei Feaci" di Pieter Paul Rubens - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Paesaggio con Ulisse nell’isola dei Feaci” di Pieter Paul Rubens

 

Bene ma… E Penelope? Nella mostra c’è spazio anche per lei naturalmente, ben nota per la sua tela e per la sua fedeltà. Che poi, saranno andate proprio così le cose? Non so, ma credo che a Omero, in quanto uomo, probabilmente piacesse pensarla lì ad aspettare sospirando. Personalmente della regina apprezzo molto la tenacia e la furbizia nel tenere in scacco tutti quelli che volevano impalmarla per diventare Re di Itaca. Donna forte quindi, Penelope: stacci tu per ben vent’anni a gestire tutta la baracca, mentre tuo marito va alla guerra e poi in giro per mare. Qui aggiungo l’opera di Joseph Wright of Derby, “Penelope disfa la sua tela alla luce di una candela”, anche se la sua rappresentazione che mi è piaciuta di più è un’altra, mentre mostra ai pretendenti che la tela non è finita.

"Penelope disfa la sua tela alla luce di una candela" di Joseph Wright of Derby - “Ulisse. L’Arte e il Mito” a Forlì
“Penelope disfa la sua tela alla luce di una candela” di Joseph Wright of Derby

 

Comunque, con buona pace di Penelope, ribadisco che le mie figure preferite dell’Odissea le sirene vincono a code basse, ma pure Circe sa il fatto suo, nonostante il fatto di cadere innamorata di Ulisse come una pera cotta.

Qui chiudo, dato che il post è diventato lungherrimo, e saluto “Ulisse. L’Arte e il Mito”. Alla prossima visita dunque, senza mascherina… Se l’Universo vuole.

A presto,
Marina

Credits. Le immagini sono prese dal sito ufficiale della mostra e naturalmente non sono mie.